Occhio per occhio rende il mondo cieco

Il 2 dicembre 2014 nella sede di V. di Saponara si è tenuto un incontro sulla pena di morte. E’ venuto direttamente dalla Florida il signor Mark Elliott, attivista di Amnesty International, a dare la sua testimonianza.

 

Mark ci ha raccontato di sua moglie, morta tre anni fa di cancro, che nella sua vita ha sempre lottato per difendere i diritti umani. Ora lui continua da solo questa lotta.

 

Con le sue parole ci ha trasmesso un messaggio di vita: “se vogliamo vivere in un mondo più onesto e più umano, dobbiamo essere noi i primi ad esserlo.”

 

Negli ultimi sette anni ben sei stati hanno abolito la pena di morte. Negli stati uniti il numero di condannati è diminuito, mentre in Florida ha continuato ad aumentare. Secondo lui le esecuzioni sono omicidi legalizzati e quando il governo firma a favore di una condanna sta mettendo in atto una vendetta. Ovviamente, secondo lui, prevenire la criminalità richiede molto più impegno, per cui risulta più facile eliminare chi sbaglia.

 

Ad un tratto la voce di Mark diventa tremolante quando ci racconta di un suo caro amico che ora è morto, con cui ha lavorato per abolire la pena di morte, che ha passato diciassette anni nel braccio della morte prima di essere riconosciuto innocente e liberato. “Noi possiamo liberare una persona dal carcere, ma non dalla tomba.” La giustizia è amministrata dagli uomini e gli uomini fanno degli errori, che purtroppo nel caso della pena di morte, non possono essere riparati.

 

Oggi lui collabora con altri condannati poi riconosciuti innocenti per far capire quali sono gli aspetti assolutamente ingiusti della pena di morte.

 

Inoltre vengono sempre colpiti i più deboli e per questo Mark la definisce un atto codardo. E anche quando fosse certa la colpevolezza dell’assassino, ucciderlo non riporterebbe indietro la persona cara e sarebbe solo e comunque una vendetta.

 

Alla fine ci ha invitato ad avere sempre un pensiero critico: “Svegliate la vostra mente, pensate con la vostra testa.”

 

E’ seguito un dibattito molto animato con gli alunni delle presenti in aula magna.

 

La pena di morte, prevista in oltre quaranta paesi, non è secondo noi una via “giusta” per punire un uomo, anche se ha commesso i reati più gravi. Se si vuole infatti punire qualcuno, già il carcere a vita, accanto al rimorso per l’errore commesso, dovrebbe bastare a devastare l’esistenza di qualsiasi detenuto con un minimo di coscienza. Una società civile dovrebbe trovare una soluzione migliore per giudicare ed eventualmente condannare chi ha sbagliato, concedendogli la possibilità di difendersi, di provare la propria innocenza o, in caso di colpevolezza, di comprendere le ragioni che lo hanno portato a commettere il reato di cui è accusato, consentendogli di riscattarsi come essere umano nel momento in cui, dopo aver scontato anni di carcere, si inserisca di nuovo nella società.

 

 

 

Deara Veracini, Irene Sbarigia, Niccolò Faraone

 

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